Notte di tempesta a largo di Capo Horn. Uno squarcio di luce tra mare e cielo, ed ecco apparire il vascello: le vele a brandelli sono abbandonate alla furia del vento, la prua si erge al di sopra delle onde per poi ricadere in un vortice di spuma, come nel disperato tentativo di sfuggire all'abbraccio mortale del mare. Lo vedi, rabbioso, aggredire i frangenti, sempre pił vicino: distingui i ponti, il timone, ti aspetti di sentire urla, voci...no. Ma le vele che frustano i pennoni, il gemito delle assi, questo lo senti? No. E in un attimo il terrore che agghiaccia prende nome: silenzio. Quell'immagine terribile, che proviene dal nulla e che del nulla ha la sostanza, spaventa e affascina insieme, rendendoti impossibile ogni movimento, lasciandoti come morto per un lungo istante, finchè la paura che cresce dentro non esplode in un grido; ma a quel grido nessuno risponde e improvvisamente ti rendi conto che c'è solo il mare in tempesta...
Ecco, forse, come sarebbe stato l'incontro con l'Olandese volante, fantastico vascello condannato a vagare in eterno per i mari del mondo; la sua leggenda rimbalza da un porto all'altro, materializzazione di un'ancestrale paura dell'uomo: il terrore della solitudine. E alla leggenda di questa nave, segno certo di sventura per chiunque la incontri, molti autori si sono ispirati per le loro opere. Ecco allora "I pirati fantasma" di Hodgson, sinistri abitatori dei fondali del Triangolo delle Bermuda: uomini-ombra che attaccano le navi portandole all'affondamento, e che governano vascelli che risalgono dalle profondità marine con il favore del buio e della nebbia. Ecco il personaggio di Abel Keeling, che Oliver Onions rende protagonista inconsapevole del dramma dell'Olandese volante, insieme alla sua "Mary of the Tower". La leggenda, però, non ha alimentato solo racconti gotici: autori come Salgari, che non hanno ceduto alla superstizione, pure non hanno potuto fare a meno di inserire nei propri romanzi questa figura fantastica, divenuta parte integrante della vita marinara: allora anche dove non c'è una nave fantasma ma solo un relitto si insinua il dubbio, il mistero... E nella realtà? Beh, la visione, in mezzo all'oceano, di una nave apparentemente abbandonata che solchi ancora le acque è più che sufficiente per scatenare la fantasia, e di casi del genere ce ne sono stati parecchi. Il pił famoso, tanto da divenire, alla fine dell'Ottocento, leggenda a sua volta, è certamente quello del brick americano "Mary Celeste", partito da New York per trasportare a Genova oli ed alcool e trovato dal "Dei Gratia" il 4 dicembre 1872 a levante delle Azzorre senza alcuno a
bordo, a parte un gatto: del capitano Briggs, di sua moglie e dei quattordici marinai dell'equipaggio non c'era più traccia. Mancavano anche gli abiti della signora, mentre negli altri alloggiamenti furono trovati vestiti e scarpe. Il ritrovamento fece scalpore per l'assoluta impossibilità di dare all'intera faccenda una spiegazione plausibile, perchè tutto sulla nave era in ordine; così il mistero sopravvisse per trent'anni, fino a quando la deposizione di un ex-mozzo del "Dei Gratia" e, successivamente, del cuoco del "Mary Celeste", creduto morto, svelarono ciò che era accaduto: la signora Briggs era morta schiacciata da un pianoforte contro una paratia; il marito, impazzito per il dolore, era caduto in mare; da allora si erano susseguite risse costate la vita ad alcuni marinai, mentre altri avevano abbandonato la nave una volta raggiunta
Santa Maria, nelle Azzorre. A bordo erano rimasti solo tre uomini, fatti poi sparire ufficialmente con un nome falso ed un po' di denaro dal capitano Moorhouse, comandante del "Dei Gratia", che così aveva potuto incassare la ricompensa dovuta a chi prestava soccorso ad un bastimento in pericolo.
Alla fine, dunque, il mistero aveva ceduto il posto ad una storia di sventura e follia umana dalle proporzioni quasi incredibili... come se il "Mary Celeste" avesse incontrato realmente il dannato dei mari...
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