Tutto era tornato finalmente tranquillo; l'ultima scossa era del giorno prima, ma quella mattina l'incubo del terremoto era finito: il ricordo della tragedia del 1627 aveva aumentato il panico scatenato da tre giorni di scosse.
Gli animali nelle stalle erano ancora agitati, ma ormai sulla strada si potevano vedere i primi carri tornare in paese: la vita ricominciava come al solito.
La giornata trascorreva lenta, uguale a mille altre: tranquilla sulla strada, frenetica nella casa; i contadini disseminati nei campi, le massaie affaccendate tra il cortile e la cucina; all'aperto gruppi di soldati seduti sui muriccioli ad aspettare di scattare in piedi alla prossima carrozza di passaggio.
Giunse il tramonto ed un cielo di fuoco prometteva bel tempo per l'indomani: gite, viaggi, lavoro.
Il traffico, al calar della sera, era scomparso: gli animali erano chiusi nelle stalle, il massaro consumava il suo pasto con la famiglia, per poi coricarsi sul letto di paglia e foglie: nel cortile, solo i cani si aggiravano inquieti tra le ombre della notte.
Il terremoto arrivò nel buio e il rombo della terra si mescolò ai colpi che mucche e cavalli sferravano alle pareti, nella folle frenesia di trovare una via di fuga.
Il primo pensiero fu per loro, ad impedire che si ferissero: tutti in piedi, tutti fuori, nella danza delle torce.
La scossa era stata forte, terribilmente lunga; ora si dovevano controllare i danni e curari gli animali.
L'aria intanto si era fatta pesante, si vedevano molti tossire, forse per il fumo, che il leggero vento di ponente spostava nell'umidità della notte.
Uno dei garzoni, stremato dalla fatica, era seduto su un gradino: alla luce di una lanterna posta sotto il portico, la bianca pietra di Puglia appariva grigia, quasi nera; il garzone allungò la mano e si stupì di raccogliere quella che pareva sabbia.
Il nuovo giorno iniziò con un'alba colma di foschia; altre scosse si erano susseguite nelle ore precedenti, ora tutto era silenzioso, grigio, ovattato: il panico stesso aveva lasciato il posto ad un'angosciosa attesa, sospesa nell'aria come quella polvere strana.
Le bestie si lamentavano senza tregua, ma l'attenzione di tutti era fissa sulla strada: un cavallo lanciato al galoppo uscì dalla nebbia e a lui si volsero gli sguardi in cerca di risposte: si riconobbe essere un corriere che, saltato a terra, cadde ginocchioni, riuscendo appena a dire "Napoli... la montagna... " prima di crollare al suolo.
Finalmente: non comprendevano quelle parole, ma sapevano riconoscere un allarme; tutti tornarono al lavoro, perché era chiaro che avrebbero dovuto assistere dei fuggiaschi: la posta faceva parte della Via Traiana e, se qualcosa minacciava il Napoletano, la strada si sarebbe presto riempita della popolazione in rotta verso l'Adriatico.
Furono preparati viveri, giacigli di fortuna, biada per i cavalli e acqua, tanta acqua.
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Ma nessuno poteva immaginare l'esodo delle ore successive: arrivavano tiri a due e a quattro, carretti, cavalli montati o scossi, famiglie a piedi, con i bambini più piccoli al collo e poca roba in spalla; e animali, mandrie e greggi terrorizzate dilagavano nella piana; e ovunque urla, pianti, muggiti, belati.
All'inizio la maggior parte proseguiva, ma con il trascorrere delle ore fu chiaro che molti non ce l'avrebbero fatta: erano state inviate staffette per allertare le coste e, appena possibile, corrieri partivano per le fattorie e i centri dei dintorni per chiedere aiuto; la terra intanto rombava e tremava.
Passò tutto il giorno prima che si potesse avere una qualche idea di cosa fosse accaduto: esplosioni, pietre che cadevano dal cielo, fiumi di fuoco che ingoiavano la terra e tutto quanto ospitava.
L'attività restò febbrile per alcuni giorni, poi il flusso si diradò, per cessare infine completamente: nella piana tutto era di nuovo calmo, ma quel velo grigio che copriva ogni cosa era il segno del Sud che piangeva le sue vittime.
Poi gli alberi tornarono a crescere, l'erba ricoprì la montagna, il grano, le viti, gli ulivi furono ripiantati.
E il mondo ricominciò a vivere, e dimenticò.
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